Una placenta

Sai quando tutto va a rotoli a scatafascio ti perdi non ti resta che marcire avvizzire verso dentro e il dentro non ha fine è lì l’infinito osservato e cercato che non viaggia a chilometri e non misura in sessantesimi ti senti già morta e l’unica cosa che ti viene di pensare e senzapensare ad altro urli al niente e pensi che ti ascolti e che non risponda sia uguale a assentire, l’ultimo remoto segno inequivocabile segnale di ascolto è che forse non risponde perché lascia pregare te senza dialoghi e dibattito, pensi e ti dondoli perquattrocento serie voglio la mamma e chiami chiami sei calamìta di ogni pathos sei parafulmine e raccolta indifferenziata ieri recalcitrante immune ignifuga e ora sei solo materia per bende voglio la mamma voglio la mamma e solo quello come nenia che l’ossessivo ripetersi un po’rimanda il senso della fine, è il preambolo all’ultimo rapprendersi di lacrima e fuoriuscire poi deglutisci e infine finisce e sei quasi libera. Anzi, più libera. Te e il rimorso e la causa del male tuo te e del male del mondo te e te giù ancora vogliolamamma vogliolamamma vogliolamamma. Questo sai dire. Questo pensare. Sei rovinata e sei una rovina hai preso il via sembra che l’hai sempre saputo a memoria il rovinare il ritornello te lo cantavi per lubrificare il benvenuta al parto, al party!,  e accelleri freni e riprendi a rotolare, ferma fissa nel solco nella fossetta nella conchina, ti dovresti alzare da terra e vuoi solo la mamma. Sai quando fai questo. Io lo faccio appena, ogni volta che, mamma, ti avvicini a me.

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Pare che io sia il boss dell'intellighenzia universale.

22 thoughts on “Una placenta

  1. Che… “trip”… (per sdrammatizzare). Rendi l’idea. Della “placenta”, intendo. Del viscerale, del profondo umorale, viscido, avvolgente (e soffocante) del tuo sentire. Le tue parole questo mi fanno sentire. Là, da dove arriva linfa e vita, e forma, e l’urlo – il primo – ancora solo intuito… dalla stessa origine, dalla stessa fonte, da quella “vicinanza” ti arriva anche la privazione d’aria, il lamento, la paura, l’oppressione…
    Viscerale, sì, e forte, come un pugno là in basso…

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      1. Ne sono certo. Della tua repulsione alle maniere forti. Inferte e subite. E si legge chiaramente in quello che hai scritto. Una stretta cui nessuno si sottoporrebbe di sua sponte. Diciamo che apporre un “mi piace” a questo brano è in sé controverso. E’ dire che si è inteso (e bene), che oggi non va ed è faticoso, doloroso. E dispiace. Tuttavia, siamo qui. Presenti, in qualche modo…

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      1. L’ho pubblicato, ma è una roba davvero piccina e striminzita perché stamattina avrei dovuto studiare, e perché se cominciassi a parlare davvero di mia madre qua non la finiremmo più e ci vorrebbe un blog dedicato solo a lei.
        Più che un blog na lunga serie di sedute di psicanalisi.
        😀

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  2. “Sai quando tutto va a rotoli a scatafascio ti perdi non ti resta che marcire avvizzire verso dentro e il dentro non ha fine ” ecco appunto, è un marcire prima del maturare, almeno per me, ed un implodere infinito tra rimorsi rimpianti sensi di colpa e pentimenti vari ed eventuali, mai nulla va bene. Mai.

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