Enantiodromica

Ma ci beccano sempre quando scappo a fare le giratine la mattina all’alba anche prima. Possibile che lascio un vuoto così grande, incolmabile, inconsolabile che si smuove la cia il kgb la Stasi per venirmi dietro a riaccalappiare. Ricordati di fare buon viso a stomaco vuoto. Due ore fa mi chiedevo con una mano sulla coscienza se, oltre tutti i rancori mai riaggiustati e collocati a un sereno punto di elaborazione e al senso di rabbia e ingiustizia e deprecazione istintuale provata, forse il fatto di essere stata rinchiusa in una clinica psichiatrica per tanti anni non fosse perché seriamente ne avevo bisogno, che ero e sono una veramente fuori di testa, per il senso comune e bestialmente umanista dell’accettabilità sociale. Però è anche vero che non si rinchiudono alla leggera quelli che si soffiano il naso con la mano parlando da soli con la nonna o ricercando negli occhi rivolti altrove il minimo segnale di accudimentomaternoONLUS o approvazionepaternaONLUS, o che mangiano solo se il loro piatto è di plastica rosa 2/5anni con un gatto che lo incoraggia, a meno che non siano anche intelligenti, allora ci si accanisce. Arrivo anche a pensare, anzi, concepisco a margine come eventualità di poter perdonare, pianopianopiano, quello che forse ho contribuito con l’insolenza a perpetuare ciclicamente nella mia vita di internata. Quello che resta reale, e irrisolto, se mai ci fosse davvero insita una lezione da imparare da tutto quello che ci accade, è che mettiamo il caso io fossi davvero la peggiore delle folli e che merito e ho meritato le indicibili e umiliazioni a cui non so per quale ristagnante motivo sto sopravvivendo (ripeto, non escludo di esserne concausa), come mi spiego il fatto che in tutta questa vita legata imbavagliata inpasticcata oscurata e sedata da sti professoroni luminari baronetti de stocazzo, poi alla fine neanche m’hanno curata così tanto bene che sono più matta di prima e comunque matta per matta sicuramente qui fuori, e lontana, della mia personale prigione detengo le chiavi, un’infinita scelta di volume di stoffa e gradienti di colori.

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Ricordati di morire lo farò.

Con me il terrorismo psicologico propagandato sulle nuove sigarette funziona e funzionerà, alla molto lunga. Perché voglio dire, io le malattie le ho tutte e altre hanno da venire in maniera sempre più densa e incontrovertibile, ma sincera sincera e suggestionabile non è che gradisca propriotanto che mi venga rammentata la verità di piombo ogni cinque minuti e mi sento vagamente discomfort a pensare che pure il signor Winston o i cugini Chesterfield hanno libero accesso alla mia privacy di malata e all’anamnesi di quando sono intubata e mi tagghino con il suonino di notifica per ogni pacchetto venduto nel mondo.

Accomodati pure

La gente che mi viene in stanza e mi apre le finestre e dice pure ti fa male stare sempre al buio ti verrà la depressione. Mi fa male che mi vieni in stanza mi apri le finestre e mi tocca pure alzarmi per richiuderle, fino a dieci secondi fa ero un’inoffensiva depressa atarassica e ce ne ho messe di ore di inedia a arrivarci a questa cera dei sensi ora c’ho un po’ di deficit del controllo della calmapiatta e tutta la frenesia con cui non muovevo gli occhi e prudeva il naso impossibilitata a grattare di nervosa vergogna ventriloquavo determinata con la bocca dei pidocchi indirizzandoli e impartendogli un circumnavigare a memoria, installo un programma interno per cui non c’è mollare non c’è fatica né ammutinamento non c’è cadere o morire fino al raggiungimento dell’obiettivo. Ho spiegato che dopo potranno dormire con te, sembravano entusiasti, è bello sentirsi a casa, siamo tutti d’accordo, fare il nido. Attraverseranno strade secondarie finestre aperte chiuse inferriate e coprispifferi e scendiletto e i campi del tennensee e loro sì che avranno cura di te. Questa giungla diserbata di sole e raccomandazioni tra pigiami che hanno a cuore la mia salute mi uccide.

Il vero incubo inizia al risveglio

​Sognavo che ce n’era per tutti. Giustizia e vendetta per tutti quelli che m’hanno trattato da matta e soppesata, per tutti quelli che m’hanno ingabbiato da matta e spaesata, per tutti quelli che hanno dato un nome alla mia fame matta prima e poi plasmata alla forma della sete e della loro setta, la forma in cui potevo storpiarmi e crescere nella bottiglia col mio messaggio, accartocciata e ripiegata senza seguire i trattini e strozzata all’uscita, poi scossa, poi esibita, lanciata nel mare senza ossatura, ricoperta d’olio e di pece, mentre mi scrivevo da sola sul retropagina e anchilosata, una crosta di bucce di gamberi a mantenere in salamoia il segreto, anche il linguaggio segreto si costringe, solo punteggiatura e pause e merito sottintendono alla legge dell’evaporazione, tutto il resto condensa, risparmia il respiro avvantaggiandosi, anticipando sempre una manciata d’aria, si morsica e stringe ed è un bel dire che sì forse una matta è vissuta, tra tanti pesci nel mare, ma di bocca in bocca una pulce una pronipote della pulce racconta una leggenda di corsia, una che si buttava addosso agli estintori, una da piantonare e da prevenire, quanto tempo mi hanno lasciato, senza dubitare nulla, lasciando la coscienza nelle loro case, quanto tempo hanno concesso a me, imbavagliata su tutti i fronti, negato alla radice ogni altro passatempo, di piantonare misurare elaborare e maturare loro, ogni loro espressione, ogni loro dettaglio, ogni loro sospiro, ogni loro esitazione, ogni loro certezza, ogni loro errore.

Nei secoli dei secoli

La mi mamma è talmente assurda e beghina che -devota donabbondiana- pur di non scomodare un estraneoqualunque, di non rischiare una e una sola volta di difendere, parteggiare, proteggere, prendere le parti di, avere una minima basica predilezione per la sua cucciolata e costringersi in uno stereotipo generazionale di suocera rompicoglioni che, seppur antipatico, avrebbe anche le sue radici nel corso naturale delle cose e degli eventi, lei non è che dopo una vita a scrollarsi di dosso la merda della prole poi va finalmente a rompere al genero, fa la nonna atipica e libertina o che so, si ritira a fare yoga tantrico a Bali, no, lei viene a fare la suocera classica a me.

Lei era quella che ai colloqui coi professori, in fila accanto a genitori belligeranti e con la spada alla mano montati di rabbia impazienti di sfoderare denuncie e querele in difesa dei loro piccoli delinquenti, se pigliavo un voto un po’ sotto la media e ci soffrivo andava lì con il capo cosparso di cenere suggeriva balbettando che forse con me erano stati anche troppo larghi e generosi di manica nell’assegnarmelo, e che questo era la causa di tutti i mal. 

Per quel che ne so già che c’era poteva anche suggerire al gruppetto di bulli di picchiare più forte, o al personale psichiatrico di non lesinare coi calci allo stomaco. Non escludo che l’abbia fatto.

Generalità e generosità

Alla mi mamma non piace affatto quello che mi dice la mia psicologa. Non le torna proprio peggnènte, e bofonchia scuotendo la testa, con quell’espressione un po’ alla ora ci penso io, e è proprio lì la trappola. La mia mamma è quella che come condizione obbligatoria per non risottoscrivere e rinnovare e equipaggiare di gran carica il mio ennesimo ricovero coercitivo mi ha costretta giuridicamente –come minimo a andare dalla psicologa, il cui recapito e nominativo mi ha indicato lei medesima, la somma furbissimasotto contratto che si legge ricatto. Ora beccati che nell’ora settimanale io e la psicologa giochiamo a freccette e disegniamo barba baffi e occhiali sulla tua linea genitoriale, e umana. No ma comunque ti perdono eh. Guarda ti perdono ancora prima che tu mi abbia mai chiesto scusa, o mai contemplato che la mia libertà mi riguardasse.

Pausa bar troppo affollato la domenica mattina. E egregio educato istruitissimo signore che prima sgomiti nel costato per farti largo al bancone, e poi vi piazzate con tua moglie che manco alla cocomerata di sanlorenzo a guardare i fochi bisogna berciare così forte per far sentire il proprio impagabile feedback su ogni cosa che sta in cielo e in terra: ecco, te, ‘nonnoressica’ ci sarà tu sorella!