Tutta la materia si può aggrappare

Prendetemi con la paura. Prendetemi che parlo un po’ e sto trecento anni in silenzio, continuando il discorso fino alla frase perfetta, non dirò mai perché era quella che ha avuto voce, se doveva trovare la sua acustica,  così com’era, che l’ho detta e l’ho detta e l’ho detta io, non si può ma si può. Prendetemi che mi raggomitolo sbadiglio e  rannicchio, la pelle rappresa nella pancia con le ditate. Prendetemi con le belate e i ladrocini vili e i sotterfugi, e i mille piani per non scalare un gradino nel raziocinio sociale, sono brutti come tutti brutti sono i ricatti e le storture ai bambini. Prendetemi che io di tendenza empatica non giudico nessuno, e non perché non avrei le dita che mi pizzicano di giudizi, e che sono di quella specie là che ce l’ha in bestia ammorte solo con i genitori, e con loro ci da giù pesante, no che ci va a ballare. Prendetemi che viene mia sorella con le mie nipotine e la madre impedita e cieca e agonizzante e incapace di strapparsi da sola una vaschetta di prosciutto infilarsi una ciabatta di rivolgermi il buongiorno una mezza parola se non l’urlo montato a lapillo di neve improvvisamente cammina scende sale imbrocca il buco della chiave il buco dei calzini ai giardini e gioca, con le nipoti, col sole che si imbatte e scherma nelle bende e tra gli occhiali neri, che rende ossuta e storpia la mia stampella rincarata che doveva sorreggere anche i rancori i nodi legati al dito inciprigniti e i cazzicomodi, e non può neanche guardarmi negli occhi a dire: sono venute, te le ho portate via, perché tu non le vedessi, perché loro non vedano te. Prendetevela, questa madre. E a me non vi fermate proprio, ché l’anima di Elisabetta me la tengo stretta io. Con le ditate.

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Giorno 5° – Essere me, Oltre l’anoressia.

 

Giorno 5°  del Percorso di conoscenza dell’altro in me che la malattia mentale, attraverso l’affronto del sintomo mentale, attraverso una reversione, un’inversione a U del digiuno colpevole, autoassegnato, meritato, tanto a lungo una vita perpetuato, col merito di non avere alcun merito, ma di questa totale assenza di implicazioni o motivazioni -per scelta e per codardia- averne il primato. Oggi, Bronchite mood e giornata difficile. A pugni con la percezione di me, a livello della pelle, del contatto con la lanugine, fatica a riconoscermi in un corpo che perde le sue stupide certezze ossee, l’illusoria e mendace forza rassicurante di rettilinei ipnotici senza deviazioni curve o spazi per fermarsi per respirare e contemplare orizzonti al di là di sé, invece che confinarsi nella mania di restare dentro le lamine dritte, e non farsi distrarre da niente non permettersi altro che un purgatorio di chilometri e chilometri di cartelli allarmistici e regole su come prevenire imprevisti, colpi di sonno, lacrime che annebbiano la vista, fame di guardarsi a destra e a sinistra, ascoltare o trattenere o prestare minim attenzione a una parola dei passeggeri. Ma che dico, nessun passeggero ammesso a entrare in quella macchina calibrata per la lunga via dell’espiazione in terra. Ma un motivo di sorridere si trova sempre, anzi, lo colgo, è il punto forte e dolce della mia cura. E le ruote hanno molte direzioni. Sanno cambiare idea.

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Ricordati di morire lo farò.

Con me il terrorismo psicologico propagandato sulle nuove sigarette funziona e funzionerà, alla molto lunga. Perché voglio dire, io le malattie le ho tutte e altre hanno da venire in maniera sempre più densa e incontrovertibile, ma sincera sincera e suggestionabile non è che gradisca propriotanto che mi venga rammentata la verità di piombo ogni cinque minuti e mi sento vagamente discomfort a pensare che pure il signor Winston o i cugini Chesterfield hanno libero accesso alla mia privacy di malata e all’anamnesi di quando sono intubata e mi tagghino con il suonino di notifica per ogni pacchetto venduto nel mondo.

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