Ce le ho le mie colpe. Mi sono venute alcune (non tutte) in mente mentre dormivo. Ad esempio quando la nonna abitava ancora con noi, era viva, sedeva sulla sua sdraio aspettando silenziosa l’ora in cui avrei messo in bocca qualcosa senza vomitarlo, e non poteva difendersi, lei che era stata pachidermica, giunonica, intoccabile da qualsiasi segno di debolezza d’animo, inattaccabile da qualsiasi malattia fisica, adesso era diventata una piccola raggrinzita vittima della vita che avanza, nella sua vestaglia azzurra spenta e macchiata, io lasciai credere a mia mamma che il litro di vino dal frigorifero se lo fosse scolato lei, lasciai che si arrabbiasse pesantemente, che la rimproverasse pesantemente, perché era sempre stata una bevitrice, al tavolino da sola tra un unisci i puntini e un giorno in pretura, e adesso nelle sue condizioni di salute non se lo sarebbe più potuta permettere. Il vino l’avevo scolato io, tutto, iniziando così la mia storia di dipendenza che sarebbe durata anni, ma non presi le sue difese, fui anzi vigliaccamente sollevata che la mamma avesse trovato il capro espiatorio con cui non doversi nemmeno porre il dubbio se sua figlia stesse diventando un’alcolista bugiarda, come poi è diventata. Ora che la nonna è morta, da tanto, vengo a ritirare il bacio di Giuda sulla fronte quando non poteva vedermi, non poteva sentirmi, riesco quasi a percepire come se lei, con la sua forza di non ribellarsi, di riuscire a dire sempre vabbè, passerà, sotto gli occhiali scuri che portava negli ultimi tempi quasi a schermarsi la sua cesta di frutta, perché anche lei, anche lei doveva pur aver provato paura della frutta, potesse accollarsi la mia disperazione e proteggermi dal male oscuro della vita, come se nonostante il dolore che aveva provato, fosse sempre il giorno di ricominciare, come se fosse sempre il giorno di prepararsi per andare al mare.
Dimmi tutto!