Ho sfornato tre teglie di dolci ieri sera, due castagnacci, uno alto e uno basso, e una torta di pane, cocco e uvetta per riciclare delle fette di pane che stavano andando ad ammuffire nella dispensa, il babbo ha detto che il castagnaccio è venuto buono, solo un po’ sciocco. Gli ho fatto promettere che mi avrebbe comprato di nuovo la farina di castagne, lo so, sono maniaca, ma devo sempre accertarmi di avere tutti gli ingredienti per tutte le torte possibili del mondo pronti in casa, per un eventuale attacco di devo-assolutamente-fare-una-torta-per-merenda-oggi-pomeriggio-che-piove! Il Gianni ha detto che lo avrebbe fatto preparare anche alla sua mamma, per vedere cosa c’era che non andava nel mio (che poi il mio era buono, solo che ce ne siamo finiti la teglia intera e non s’è lasciato una briciola per nessuno –ma-mangi-così-tanto-adesso? Sento rimproverare la bastarda della malattia nella testa -Si, e allora?-, quello che ho dato al Gianni era carino, fatto con lo stampo a forma di cuore, insapore sebbene fatto con amore dalla mamma-ma-io-gli-ho-detto-che-l’ho-fatto-io-e-punizione-sia!), ed io mi vedo già, ancora candidamente vestita da sposa, che fin dalla prima notte di nozze mi metto il grembiulino a sfornare dolci in competizione con quelli della suocera, e che mi faccio passare sottogamba le ricettine dalla mamma, tenendo il telefono attaccato maldestramente alla spalla, mentre con una mano lucido il lavello e con l’altra passo il mociovileda, e con il migliolo raccatto un po’ di pasta cruda dalla zuppiera, e la lecco direttamente dal dito, il mozzicone di sigaretta che si consuma nel vento in terrazza, (ma che dico, nell’orto!) nascosta abilmente dietro agli aghi della piantina rosmarino.
Dimmi tutto!