Ho sofferto così tanta fame in passato che il cibo è rimasto per me un simbolo, una compagnia, un esercizio, un luogo, un Eldorado. Sto ascoltando il primo disco dei Pink Floyd, sì, non sono immune affatto da queste edicolate revival, e sono contenta perché stamattina vado dalla psicologa, e getto via tutta la spazzatura accumulata mentalmente durante la settimana, lei è il mio bellissimo cassonetto! Però un cassonetto che mi parla quando spingo la leva per alzare la calotta, che mi mostra la verità vista da un punto di vista obiettivo, esterno, lucido, quando io sono troppo invischiata nella realtà e nei sensi da non capire bene cosa è giusto, oggettivo, neutro e cosa invece io ingigantisco, esagero, drammatizzo. Ho fatto la mia colazione da campioni con 45g di orecchiette di crusca (schifo), 2 kiwi (mezzi marci), e lo yogurt di soia al mirtillo (buonissimo) e già non vedo l’ora che arrivi il momento dello spuntino perché oggi ho deciso, smossa da chimica nostalgia, di prendermi le pipas, le scrocchiarelle ai semi di girasole che mi portava sempre la mamma per cena quando ero all’ospedale e che erano l’unica cosa che potevo mangiare, e dopo dovevo stare attenta a non bere più di 10ml di acqua gassata nonostante mi lasciassero la bocca salata perché il mio stomachino era così piccolo che non sapevano se sarei riuscita a trattenere. Certo che ne ero capace, lo volevo davvero, nonostante il dolore! Ora sono una saltuaria madeleine che mi concedo quando passo dalle macchinette della asl sulla strada della psicologa, forse dovrei dirglielo che ancora nelle cose, cerco la mamma che mi guarda orgogliosa mangiare e deglutisce in sincro con me anche se non ha niente in bocca per simulare il gesto verso la vita che il bambino deve imitare.
Dimmi tutto!