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Non c’è nulla da fare, sono una che porta fortuna, io, e le cicatrici incutono rispetto, parlo sempre di me perché mi piace, mi appaga, mi sintetizza, vedo che la gente mi ascolta che sia l’idraulico che mi ripara il rubinetto (per la cronaca, è a posto), l’omino che porta fuori il cane e ha fretta di andare a mangiare, l’infermiera svogliata che mi ricambia la boccia di antidolorifico, il filosofo stanco, l’amico riesumato, il lettore disinvolto, il puntatore di dito indice, la luna a mezz’asta, ne ho di storie da raccontare. Si insomma si chiamava Teratoma. Senza tanti giri di parole: mostro. Neanche a farlo apposta dal greco. E non sono stata mai così bene in vita mia. No io non <3 shopping con mia sorella. I <3 proprio mia sorella. Festeggiamo il ritorno a casa sopravvissuta a un tumore e in forze titaniche accorpate in soli 5 giorni chi l’ha detto che in ospedale si dimagrisce, quando ti promuovono sulla cartella clinica a livello dieta alta digeribilità ti riforniscono i comodini di cartocci di banane, grappoli d’uva da incoronarti la testa pettinata elegantemente in uno chignon discreto e pulito da far impallidire Dioniso, scodelle di parmigiano in busta condite di minestra e coscette di pollo che le peggiori rosticcerie in cui rifugiarsi in tarda mattinata di domenica, e inauguriamo la convalescenza con una serie di vasche parallele che paiono una sfilata di moda in viale Europa. Mi sento opalescente, emano vibrazioni positive, mi hanno tutta riaccomodata, rimessa, rattoppata, ricucita, liberata, e sono contagiosa, megalomane, ho così tante idee che mi frullano per la testa che non posso azionarmi e spengermi senza partorire un centrifugato di vitamine, stelle filanti, spuma di mare, essenza di profumo, assumetemi in quantità illimitata.

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