Mi viene in mente che, senza fare troppe metafore, io mangio veloce veloce, e non sopporto chi trenta minuti per tagliare a spicchi una pizza e iohogiàspazzolatotutto appoggio i gomiti annoiata sul tavolo guardandoli dividere in due un’oliva. E poi ti guardano come dire azz che ingorda che sei. Repentino cambio di rotta, lo so, faccio le scarpe ai bipolari, ma non le reggo più di 24 ore a fare il muso, non è da me, li conoscete quelli che si atteggiano a vittima e giocano coi sensi di colpa degli altri? ecco, piacere, è quello che ho fatto fino a ieri, mi sono già divertita a essere la bambina che strilla, batte i piedi, rigurgita, che deve tutto splendere attorno a me, ok, se sporco pulisco, sempre metaforicamente, per la non metafora riferisco a tempi da rimandare, non voglio fare la fine di quelli che tutto-mi-va-male-tutto-mi-fa schifo-gli-altri-sono-tutti-stronzi-quello-che-conta-sono-solo-i-miei-sentimenti-feriti-quindi-divento-stronza-anch’io-e-niente-mi-tocca-più-da-vicino. Nei miei sogni mi visualizzo invece a fare la fine della borderline redenta dal passato burrascoso stile Angelina (con l’irrilevantilissima differenza che lei è una Strafica e io no) che sparge bambini per casa un figliolo e diventa tutta puccipucci carrozzina passeggino pappe e culetti e alimenti biologici e sole cuore amore e beneficenza. Ma sono una che ha, per usare un eufemismo, un po’ di difficoltà a destreggiarsi con astuzia nella vita, e tra le sue tappe obbligatorie, forse non ho ancora concluso la mia fase tutto il mondo è cattivo è un complotto, da una decina d’anni, mi è partita la tara sopita nel cervello da generazioni e ho deciso che sarei stata un piccolo capolavoro del fallimento. Giuro che ci provo, goffamente, ad indossare con medaglia al merito il titolo di donna adulta, spensierata e un po’ più concreta che so essere, (avresti anche un bellissimo carattere, se tu non fossi così, certo, se non fossi così, sarei colà), nascondo trepidante un pacchettino di assorbenti per quel giorno che capiterà, e saranno moccoli, saranno bestemmie, e saranno anche occhi in cui si può sbirciare, e più ci si avvicina, più si guarda lontano, più si vede laggiù un piccolo sé capovolto, non quella che è tutto perso in partenza per cui montiamo su uno schiacciasassi e premiamo la frizione. Ho fatto una promessa ieri sera, la giornata era stata fisicamente ed emotivamente impegnativa, tra la piscina, la mamma che non c’era perché un po’ di tempo per coccolare tua sorella, sanguisuga!! l’interrogatorio autistico di un babbo depresso e vendicativo, trecento tavolette di cioccolato per scacciare un pensiero che mi si era incollato alla testa, davanti a una pizza alta napoletana dal pizzaro modaiolo, ché ci siamo concesse il lusso di fare le vip, perché è più originale contrattare con i rotoli di pasta da pane tra i denti appena un po’ molliccia di passata di pomodoro, mentre guardi i poveri pesci morti nella scodella di tua madre, perché è più solenne di un brindisi alcolico che puoi usare come scusante per non esserti ricordato di aver promesso, perché mi devo dotare di una valigetta etichettata destinazione: flessibilità, in uno strano posto inabitato in linea d’aria tra qui e New York, da portare sempre sottobraccio, per allacciarmi agli elastici degli altri e formare un cordoncino, che non irromperò nella vita di qualcuno scompigliandogli tutti i piani, svettando dall’alto di un trampolino in caduta libera, la mia promessa è la vita, che avrei letto le istruzioni per l’uso, io non sono al di là del bene e del male. Da qui all’America c’è qualcuno che sta pensando me che sto pensando lui che sta pensando me. Quel posto inabitato potrebbe essere benissimo qui accanto, faccio quattro passi per prendere un gelato e sanguino sapendo che non ti posso suonare. Quando mi sfiori, mi scrivi, mi stringi, passi le tue braccia sopra un reticolato di croste.
Dimmi tutto!