Mi sono svegliata con mia madre attorcigliata intorno alle gambe. Vengo ricordata per il mio passato borderline da levipere. Bevo caffè vero di moka, basta con le capsule. Ho fatto colazione nella tazza accartocciata della Rinascente. Sono stata in piscina per un’ora. Ho sentito freddo entrando nell’acqua e poi mi sono scaldata mettendo in moto la potenza dei nervi, delle ossa finalmente sostenute da muscoli. Ho sentito tutto il mio corpo risvegliarsi, e la mente tendere le antenne. Mi sono sentita stanca e carica allo stesso tempo. Ho mangiato un panino gigante con l’affettato vegetale che mi si è murato a secco nella gola. La prossima volta ci infilerò dentro anche due fette di pomodoro per inumidirlo. Ho telefonato a mio padre che era ancora cupo e molto, molto arrabbiato. Anche io me ne farò una ragione, del suo morale. E come mi ha detto la psicologa, bene o male ci convivrò, finché non gli passa. Si può anche sopportare le proprie responsabilità, diventando grandi, non le nostre colpe, ma i nostri sbagli sì. E si va avanti, però, migliorandosi, fustigarsi in penitenza eterna non mi aiuterà, risolversi, agire in modo che il nostro destino coincida con le nostre speranze, scegliere, rinascere ogni giorno, sì. Sono stata tanto da sola covando il mio isolamento, ho paura e voglia di correre fuori, nel vento, nell’acqua, aprendo con le orme dei miei piedi nudi le zolle e la terra, sento di avere lo spazio e la dimensione per essere felice. Scendo a comprare il latte. Passo l’aspirapolvere, lo spazzolino per pulire i peli di gatta. Canto All you need is love, eccedo nel mettermi comoda dentro un abbraccio, invado anche lo spazio vitale tanto grande di mia madre, vengo un po’ respinta. Chiamo la Patty. Bevo l’acqua gassata. Fumo in terrazza. Torno e scrivo col piumino. Imparo come si fa una pastasciutta veramente piena di verdure. Voci dicono che non ci sia bisogno di andare al supermercato per oggi, tengo a bada la psicosi. Vado al cinema. Mi giustifico per delle barbabietole scadute da una settimana. Mi stiracchio la schiena mi congratulo con la mia pancetta. Programmo un pisolino. Strizzo il mociovileda. Chiudo nel forno il castagnaccio. Ascolto mia mamma russare più stridula della voce di Kurt Cobain. Insomma. Ho una vita anch’io. Faccio cose normali. Ps: ho visto un film bellissimo, brevissimamente, ingolfata di crecker di Kamut annacquati dal succhino di ananas comprato di corsa e col fiatone al limite dell’inizio dello spettacolo, lo spettacolo della natura, un condensato di natura in uno spazio ristretto, della forza del più forte che ha il dovere di prendersi cura del più debole, anche quando il più debole è quello che dovrebbe essere forte, e dell’amore che sa ribellarsi, impuntarsi, e vi è mai capitato di comandare e comandarsi di non piangere e contemporaneamente mettersi a piangere? la forza che è propria di una regina, sarebbe un grande passo concederlo, la forza gliela da l’idea della mamma che si porta dentro di sé, come mentalità, l’amore che riesce a curare ma sa al tempo giusto lasciare andare, del coraggio che da bambini abbiamo sempre sognato di avere e non abbiamo mai avuto, neanche da grandi, quel coraggio l’ha avuto lei per noi, che è una storia di fantasia si sente, dal fatto che smettiamo di piangere al cinema quando il padre muore, le lacrime infatti sono per la vita.
Dimmi tutto!