Stamattina abbiamo portato il cane fuori sotto la pioggia gelata, per la prima volta il babbo da giorni non mi ci ha mandata da sola anche se io quasi lo preferisco perché lo prendo per me come un tempo per riflettere e prepararmi alla giornata, una vera meditazione immersa nella natura, una macchina mi ha schizzato fango su tutti i pantaloni che devo portare a New York perché sono gli unici rimasti che mi stanno ma io non ho perso il buonumore, penso soltanto che quando non ho voglia di scrivere è inutile che mi metta davanti al mac con gli stivali fradici e lo scaldotto in forno a frustrarmi per non saper riempire con parole significative gli innumerevoli eventi che mi stanno accadendo in questo periodo, complice il Natale, sto sfornando biscotti, profumando la casa di lievito, leggendo e scrivendo note mie personali e taccuini di to-do-list, uscendo con pretendenti e amici sempre diversi, tutti mi cercano, tutti mi vogliono, mi sorge spontanea a volte una domanda, dov’erano tutti coloro che consideravo amici prima della malattia quando io ero ricoverata in ospedale? In gran parte sono spariti, e ne ho tanto sofferto, ma io voglio ricordare oggi quelli che sono rimasti che mi hanno sorretta quando barcollavo dalla carrozzina, ero attaccata 24 ore su 24 a una flebo di glucosio puro, che hanno avuto un pensiero per me a Natale o in qualsiasi giorno dell’anno andasse bene per non perdere le mie tracce tra scaffalate di schedari clinici, e la delicatezza di non dire ai miei genitori in faccia che mi stavano vedendo spegnere e capitombolare precipitosamente in picchiata verso la morte. Il mio psichiatra adesso mi ha lasciata in pasto a un altro, che sto imparando ad amare, nonostante il suo pugno di ferro ( e che ho scoperto conoscere a memoria Vasco, ciao, dott.M, se mi leggi) ma a Natale scorso il mio vecchio non sapeva che pesci pigliare, ha fatto veramente tutto ciò che poteva contro la forza distruttrice e centrifuga che scaraventava tutti dentro e li sputava fuori sfatti, nessuno neanche Dio lo sapeva, ho dovuto chiederlo io di essere salvata, e sono stata ascoltata, attraverso la sobrietà e l’amore dei miei genitori di fronte al mio sgretolarsi, in forma di marmellatine ma anche di lacci e di cinghie, e ho brindato a bottigliette d’acqua con il suo turno la sera dell’ultimo dell’anno, sono scesa giù da medicina generale in psichiatria gradino dopo gradino passetto dopo passetto che non so come facevano a reggermi diritta in piedi quei muscolini atrofizzati che mi fasciavano attillati le ossa, e ho agghindato a festa con photoshop una foto dove compaio con la Stefania come un brutto travestimento da halloween. Ho perso tanti amici, ma forse quelli che sono spariti hanno perso loro l’occasione di vedere l’alternarsi disperato delle stagioni della vita su di me, e di riequilibrare la loro sofferenza, le loro piccole magagne quotidiane, con la vittoria su una malattia che sembrava più forte di tutto quanto, la malattia psichiatrica statisticamente più mortale dell’intero panorama dei disturbi psichici, sia passeggeri che cronici, ma in fondo non più forte dell’amore, perché l’amore, sto rastrellando in cerca delle zolle gremite di bifidus, sguazzando tra una pozza e l’altra, metaforicamente e non, che mi ha salvata quando è scaturito proiettandosi per la prima volta verso l’esterno, e di rinculo mi è tornato indietro, e ci pensavo stamani mentre spalmavo la marmellata buona di kiwi sul pane coi semi, che possiedo ora tanto amore da regalare ai miei nuovi amici, tanto tempo da dedicare ad aiutare gli altri, e pensare nello stesso tempo a me stessa perché si possono fare le due cose contemporaneamente ed anzi ti escono fuori meglio entrambe se si sovrappongono, una salute di ferro da esibire, dei capelli sempre più lunghi e brillanti ad incorniciare il sorriso che mi spunta sempre più spesso tra le labbra, una lucidità da sfruttare sì per la scrittura, ma anche per tutto quello di umano e dolce che c’è nella giornata e che merita di essere vissuto senza didascalie.
