Antipatica

Stanotte che è un po’ anche ora pensavo che io non andavo a scuola, non andavo a scuola né a imparare né a fare l’idiota, io andavo a essere la più brava. Fine. Un dovere imposto, come la solitudine, armarsi nella pelle per andare in guerra e andarci in bus con lo zaino vuoto per infilarci i voti dati in merito al chiacchiericcio da laggiù in fondo, dove succedevano le cose, non uscivano dai libri, il mio posto d’onore, l’unico banco d’imputazione che contenesse la forma del mio registro assente.

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Pare che io sia il boss dell'intellighenzia universale.

19 thoughts on “Antipatica

  1. Be’…difficile cambiare quel che é stato. E alla fine bisogna amarlo, anche quello, comunque sia stato. La solitudine é dura da esser retta (soprattutto in mezzo alla compagnia degli affetti/etichetti)…dura, durissima come un macigno sul cuore. Ma come dice un mio amico: non val la pena di essere in conflitto con se stessi.

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  2. Anche a me è successo. Quando tornavo a casa mio padre, poveretto, non voleva sapere i voti, voleva sapere se qualcuno aveva fatto meglio di me. Ad un certo punto l’unica risposta era “mi avete fatto fare una scuola per asini, per questo sono la più brava”.
    Ero l’asina migliore. E tale sono rimasta!

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  3. Leggo in questo piccolo brano l’intensità, la forza penetrante che ha solo la poesia. (Quello che io posso chiamare poesia e che non sarei mai in grado di definire propriamente). Quell’ultimo periodo. Dice tutto, contiene un mondo, un vissuto, un’età. Trovo che la bellezza dello scrivere risieda in gran parte in questa capacità, nell’occasione – anche, che si presenta e si coglie di fare entrare – miracolosamente senza fatica – così tanta parte di noi nell’imbuto di una riga.

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    1. eh ma urca. dai. la cosa dell’imbuto mi piace, come immagine, anche se io non lo vedo così, anzi, vedo il contrario (nella scrittura eh, non nel mio singolo), una roba che entra a fatica e piccolissima e dimessa e poi tracima e trova espansione a forma di ventaglio. quindi tutto ok. bello.

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      1. Ma, sai, credo che dipenda da come la si guarda quella forma conica, rimanendo in metafora. Da che parte. Cioè. Credo di aver inteso quello che dici e condivido. Io trovo che nello scrivere (generale), nel “lavoro” (passami il termine; dovrei forse dire “atto”) altrui (non riesco a interpretare, figuriamoci giudicare il mio), avvenga un processo di “sintesi”. Le immagini, i riferimenti, la potenza di una metafora. La pagina scritta, non sempre, ma talvolta con efficacia entusiasmante, contiene dei “grilletti” (trigger, direbbero gli anglosassoni). Basta una parola, una mezza frase, un’immagine, un’allusione. “Banco d’imputazione”, “registro assente”. Evocazione. E allora, come dici tu – credo, si apre l’imbuto, ma al contrario. E’ un “tubo di quench” (metafora micraniosa, me ne rendo conto) che spara fuori elio allo stato gassoso sopra la tua testa (sì, proprio come le nuvolette dei fumetti), dopo che per tanto tempo era stato ingabbiato allo stato liquido nella tua scatola cranica. Sono chiavi di accesso ad altri mondi. Tuoi, di te lettore. Lo scrittore è là, chissà dove, ora. Ma noi lettori ci godiamo il fuoco d’artificio. E ne siamo gli artefici. E allora ecco che c’è chi, da una parte, scrivendo comprime, ritaglia, coglie, congela, inserisce elio a zero gradi Kelvin nelle righe di un racconto, le strofe di una poesia, ne fa caleidoscopica microscopia… E dall’altra parte c’è, ci può essere uno sguardo, quello del lettore, che da lì estrae ed espande, facendo leva sui propri mondi…
        Non so se mi sono spiegato, ma qualcosa di simile mi è successo poco fa.

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        1. ti sei spiegato bene, io ovviamente l’ho capito a modo mio, anzi, l’ho letto, direi quindi che nella mia disumanità sono una lettrice chiaramente banale e umana. e affatto noiosa. facile è essere scrittori noiosi, altrettanto lo è essere lettori noiosi, credo. bello che ti è successo, mi fa piacere, magari mostracene il risultato una volta, garantisco una dichiarazione pubblica di non-lettura (ma poi nel silenzio delle mura: faccio come mi pare)

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          1. “e (niente) affatto noiosa”. Ovviamente. 🙂 Almeno per me. Noia, davvero, è l’ultima cosa che mi suscita leggerti. Ma so che non ami i complimenti (e nemmeno io), per cui mi fermo qui. Al prossimo quench!

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