I me mine, mi sento così leggera (eppure ormai vesto una 42, sì, lo ripeto, che palle, che poi 4+2 fa 6 che è oggi e questi sono calcoli astrali importanti soprattutto) che mi sembra di volare a un metro sollevata da terra, mi sento a posto con la coscienza ad aver parlato chiaro col Gianni, se sono abbastanza matura e forte per non soffrire più per i miei genitori, lo sono anche per avere un uomo che mi rispetti, solo ai bambini si parla con condiscendenza e li si ammonisce di obbedire, anche se spesso dovrebbero essere loro ad educare noi, mi sento schizzare da un carnevale all’altro travestita da grande. Quindi sto scoppiando di caldo e voi? Mi sembra di avere le caldane starò andando in menopausa, dritta dall’amenorrea, o è la primavera che annuncia il suo ingresso in palcoscenico in anticipo e ci fa desiderare i ciliegi in fiore, per poi ricoprirci di pioggia di nuovo e dire si stava meglio quando si stava peggio e non esistono più le mezze stagioni. Ho incontrato il mio amico 70enne Carlo al bar del supermercato dove sono andata col babbo a rifornirmi di farina di marroni per preparare (di nuovo) la mia idea platonica di castagnaccio, l’archetipo del dolce casalingo toscano, il babbo mi ha detto che un tempo esistevano i migliacciai in bicicletta per strada e nei parchi qui a Firenze, mi piacciono i discorsi della gente comune, da bar alle 4 di pomeriggio, davanti a un caffè lungo, le frasi annuite e ripetute da entrambi i lati della conversazione, non arzigogolate, gli aulicismi li lascio al mio ex dottorando che qualche anno fa mi lasciò impietosamente di notte su uno scalino fuori di casa, piangente, disperata, allora veramente fragile, in piena astinenza da alcol, e di comprensione; se la cultura rende diffidenti, paurosi, distanti, superbi e anaffettivi, io preferisco il coraggio della semplicità. Da stamattina non mi sono fermata un attimo, e ora mi sento la febbre salire alta da un brivido sul collo si trasforma in una brace sulla mia fronte e le goccioline di sudore mi scendono ai margini delle narici, ma non mollo, finirò di adempiere ai miei compiti di oggi, sono stata a farmi controllare la cicatrice del buchino nello stomaco, che forse, mi ha detto il chirurgo, non si rimarginerà mai del tutto, segno sul mio corpo del dolore che ha patito, piccola incisione e intaglio sulla pelle, decorazione simbolica dell’umiltà e gratitudine con cui mi devo porre, di pancia, davanti alla vita. Dicono che la pancia sia la nostra seconda testa, se c’è un minimo di verità, io sono l’indiano bello, col chiodo nel cervello. Poi sono stata dalla psicologa, che ha sdoganato le parolacce nel nostro colloquio, per capirci meglio, a volte una parolaccia riassume trecento discorsi e non servono dieci sedute di spiegazioni, sono andata a mangiare dalla mamma e mi ha fatto una buonissima pasta coi carciofi e tofu, tranquilla tranquilla, senza troppi fronzoli, schietta e buonissima, come le nostre chiacchierate. Sono tornata a casa di corsa e senza neanche togliermi la giacca ci siamo fiondati al super a rifornirsi di pinoli e uvetta, ed è finito -misteriosamente, ha ha!- nel cestello anche una composta di pere che voglio assaggiare sul pane per merenda, beh, quando andrò in sosta forzata e tierò un po’ il fiato, non ancora perché ho portato fuori il cane, infornato il castagnaccio, sbucciato un’arancia a mio padre, raccolto lo sbrodolamento di succo sul tavolino del salotto, scritto queste due righe per buttare un messaggio nella bottiglia che sono viva, anche se indaffaratissima, ma instancabile, domattina andrò a fare il mio primo colloquio di lavoro, e tra poco dalla dentista a stringere i pugni pur di non farmi fare l’anestesia. Solo ora traggo un attimo di respiro con la resina in bocca mentre mi scatapecchio di giacca, chiavi e sigarette fuori dalle tasche e appoggiate in linea sulla scrivania. Ma la giornata non è finita, c’è da portare di nuovo fuori il cane, asciugarlo dell’umidità che stempera la secchezza di questa periferia, da infilare le cuffie negli orecchi e ripetere per tutta la stradina number9, number9, singing on the revolution, o-come-cavolo-fa, preparare una cenetta vegetale nutriente e sfiziosa alla ruce della candela natalizia dura a morire, non guardare il termometro nemmeno da lontano per paura di sentirsi dire di fermarmi, che certe cose non le posso fare, che non mi devo stancare a lavare i piatti-tanto-c’è-la-donna-di-servizio, ma io voglio fare il bis di stanchezza, babbo, sono stata una rammollita tutta la vita, posso avere il permesso di riscattarmi?!. Provengo da una generazione di forti, e da una di deboli, ma potrebbero essere intercambiabili, dove si urlava e ci si infervorava si nascondeva un’assenza, dove si taceva s’insinuava un’ingombrante presenza, come un grembiule cucito per il castagnaccio e uno da crema pasticcera, mia nonna materna era una forza, forse mia mamma ne ha sofferto, ma io credo che abbia cresciuto mia mamma affrontando prima una solitudine riassortina nelle partite a carte, e non era facile, poi la malattia e la morte, io non ho mai conosciuto mio nonno, mia madre ancora dopo dieci anni di psicologa non sa ancora elaborare il suo lutto, la nonna aveva detto che i suoi legni dipinti li avrebbe lasciati a me, e io devo ancora nidificare una casa dove gli uccelli possano librarsi e i pesci parlare.
Dimmi tutto!