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Il babbo le stava trasferendo tutte le sue foto sulla chiavetta, mentre lei stava scaldando il suo nuovo cuscino di noccioli di ciliegio al microonde che emanava un fragrante profumo di pane appena sfornato, glielo aveva regalato la madre la sera precedente, quando si erano incontrate per andare a mangiare la pizza da Davide, lei l’aveva attesa venti minuti che arrivasse col venti, per andare prima di cena insieme nel negozietto del biologico vicino a casa che aveva sempre notato quando ci passava davanti con l’autobus ma in cui non era mai entrata perché non aveva soldi, o l’avrebbe svaligiato, sapete di quei negozi che vendono prodotti naturali per il corpo, non testati sugli animali, pietre, spezie, tazze da tè, infusi, intrugli, alimenti biologici ecc, ecco, avrebbe dato un braccio per lavorare in un posticino del genere, e così a due passi da casa, e insomma erano entrate e aveva chiesto subito alla commessa se avevano lo “scaldotto” coi chicchi di farro ma alla fine erano uscite con quello di noccioli di ciliegia che era quello che manteneva più a lungo il calore, le avevano spiegato. Dopo aver fatto la passeggiata quotidiana col cane, aver trangugiato a grandi sorsi il caffellatte del bar dell’esselunga, aver sbocconcellato tutta la brioche al miele, pastosa, e graziosamente sfogliata di burro cotto, avevano comprato la settimana enigmistica all’edicola stranamente aperta di domenica e si erano riproposti di fare quantomeno le cornici concentriche prima di pranzo, lei era indecisa se chiedere o no al padre di andare a mangiare fuori, ma forse non era il caso, pensò osservando lo sguardo cupo del babbo, ci era già stata la sera precedente, quanto li voleva dissanguare in termini di soldi, i propri genitori? Solo che, pensava, il sangue vero glielo aveva cavato dal cuore quando stava per morire, e i soldi erano niente a confronto della tranquillità di vedere la figlia ingrassare, ingrassare, tornare sana e in carne, non più uno spettro di se stessa, un manichino senza ombra, era così bello vederla sorridere adesso, senza le rughe infossate nel teschio rimasto del suo volto quando non mangiava, quando non poteva mangiare, all’ospedale, e quel ricordo li accompagnava giorno e notte per strada e s’insinuava anche dentro casa. Adesso poteva andare al bar a mangiare le brioche, scriveva raccontini sul computer nella sua camera a un letto, privata, intima e accogliente, l’armadio non più un contenitore di birre ma di maglioncini spiegazzati in disordine, la libreria piena di appunti sparsi e pacchetti di sigarette, la scrivania su cui troneggiava la lampada arancione e il macbook a invogliarla all’autoconfessione, doveva scrivere una poesia, come compito per il corso di scrittura, ma lei non era mica brava a scrivere poesie, non le era mai riuscito, le poche che aveva scritto gliele avevano stroncate tutte, non le era mai piaciuto farsi stroncare, la feriva, e quindi preferiva non scriverne affatto, preferendo di gran lunga la prosa confessionale, come terapia. La sera prima aveva chiesto alla mamma che ne era di quell’altra malata psichiatrica che si truccava violentemente vistosa, con gli occhi cerchiati di nero a panda, e le aveva risposto che stava sempre uguale, che forse per lei non c’era speranza, e la cosa la rattristò perché pensò che di speranza ne aveva ben poca anche lei, per la sua mente, intendeva, il corpo era forte e gentile, aveva risposto bene alle cure, ma il cervello, quello sarebbe mai guarito, si sarebbe mai guardata allo specchio e detta che, nonostante tutto, nonostante la sua bruttezza, la sua procacità, nonostante non avesse masticato i bocconi trenta volte, fatto i trenta passi prima di arrivare in bagno, nonostante non vomitasse da giorni e giorni, e i jeans non le si chiudessero più sulla pancia, sarebbe andato comunque tutto ok? Non era mica per niente convinta. Cercava di pensare a cose più profonde di questa, ma sparivano tutte come in un gorgo nell’abisso delle ossessioni più prosaiche, la mollezza della ciccia all’interno delle cosce, le braccia che non entravano più nelle maniche del golf, il dolcevita che non arrivava nemmeno più all’altezza della pancia da quanto le stava corto, e comunque affondò i pochi denti che aveva nella sua merenda, disconnettendo le ossessioni dalle azioni, non avrebbe mai più smesso di mangiare, quello scaldotto di noccioli di ciliegia doveva servire al mal di pancia di una donna con le mestruazioni in regola, non a scaldare la fredda cera di un feretro.

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3 commenti su “Lo scaldotto
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