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La voglia irresistibile di aprire gli occhi

Si prese il giacchettino di lana nuovo fra le  dita, era ruvido, di un colore spento, se lo sentiva tirare addosso, le stava scomodo ma le garantiva il calore e la sobrietà di quella giornata piovosa, poi era spuntato il sole, e se l’era tolto, anche per fare il massaggio prenotato per quella mattina. Il massaggio shiatzu del venerdì si faceva con gli occhi chiusi, ma più lei si sforzava di tenerli chiusi più una forza irresistibile le ripeteva di aprirli, all’improvviso, e di vederlo lavorare su di lei come una pasta malleabile, si costringeva a tenerli chiusi ma la stessa forza incredibile che ci spinge ad affacciarsi giù con la testa dai balconi o dalle finestre  in modo arcano ci attrae così più si diceva di stringerli, più li desiderava ardentemente spalancare all’improvviso, come una bocca chiusa che sta trattenendo il respiro, così come orfeo non resiste dal guardarsi indietro e vedere se euridice c’è davvero, passò l’ora del massaggio in mezzo al desiderio obliquo di guardare se esisteva, se il suo corpo era lì, molle, talmente rilassato da sentirselo staccato da sé, come un’entità che poteva presto o tardi volare via. Non li aprì, si reinfilò il giacchetto e la sciarpa e uscì nella strada ventosa all’altro capo della città da casa, si accese una sigaretta e aspettò l’autobus che l’avrebbe riportata indietro, ai suoi cumoli di rovine, per correggerle, cancellarle, buttarle, per controllare che tutti i suoi fogli fossero a posto, rilassati, che come il suo corpo, la sua scrittura fosse lì, malleabile anch’essa, nelle sue mani.

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