Il vero incubo inizia al risveglio

​Sognavo che ce n’era per tutti. Giustizia e vendetta per tutti quelli che m’hanno trattato da matta e soppesata, per tutti quelli che m’hanno ingabbiato da matta e spaesata, per tutti quelli che hanno dato un nome alla mia fame matta prima e poi plasmata alla forma della sete e della loro setta, la forma in cui potevo storpiarmi e crescere nella bottiglia col mio messaggio, accartocciata e ripiegata senza seguire i trattini e strozzata all’uscita, poi scossa, poi esibita, lanciata nel mare senza ossatura, ricoperta d’olio e di pece, mentre mi scrivevo da sola sul retropagina e anchilosata, una crosta di bucce di gamberi a mantenere in salamoia il segreto, anche il linguaggio segreto si costringe, solo punteggiatura e pause e merito sottintendono alla legge dell’evaporazione, tutto il resto condensa, risparmia il respiro avvantaggiandosi, anticipando sempre una manciata d’aria, si morsica e stringe ed è un bel dire che sì forse una matta è vissuta, tra tanti pesci nel mare, ma di bocca in bocca una pulce una pronipote della pulce racconta una leggenda di corsia, una che si buttava addosso agli estintori, una da piantonare e da prevenire, quanto tempo mi hanno lasciato, senza dubitare nulla, lasciando la coscienza nelle loro case, quanto tempo hanno concesso a me, imbavagliata su tutti i fronti, negato alla radice ogni altro passatempo, di piantonare misurare elaborare e maturare loro, ogni loro espressione, ogni loro dettaglio, ogni loro sospiro, ogni loro esitazione, ogni loro certezza, ogni loro errore.

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