Essere, avere.

Una cosa delicata. Una spugna arancione zucca, diagnosticarne la scabbia la potenzialità di casa delle bestie provare orrore e paralizzarsi. Piantarsi e chiodarsi seduta stante. Non so se vedendo un serpente una piattola qualcosa che striscia innesco la fuga e le gambe scattano involontarie verso ovunque ma fuori da lì, lontano, o comincio a sentire il prurito e l’eczema e la corsa a non trovare il punto esatto dove colpire con le unghie si svolge tutta dentro, la superficie immobile, non un respiro, il cuore ingrandito da uno stetoscopio che nasconde, non si trova il punto perché il punto è ovunque, e ti ricordi che i nervi sono capillarizzati su tutta la pelle, il minuscolo insignificante brevissimo sgraziato nanosecondo nell’universo in forma concentrata, e al presente tutti i tuoi confini, tutta la tua eccedenza, che è stato sogno e speranza, e sì, come tutti, finisce inevitabilmente cancrena. Il mondo annuisce. Il suono del mondo che è una stretta mandibola mascella che dà l’assenso e il benestare, che si gonfia di conferme, essere un malaugurio, e avere ragione.

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