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Mi ricordo quella volta che per poco non muoriamo tutti. Non era ancora l’alba, i ricoverati dormivano nelle camerate, anche quelli che non dormivano mai erano stati sedati, le luci erano spente tranne quelle a basso voltaggio sulla parte bassa dei muri, perché non puntassero dritte in faccia, e nel dormiveglia se capitava di alzarsi nessuno lo doveva sapere, nemmeno il nostro cervello, la cui continuazione naturale dell’errore cerebrale della veglia era ritornare inconsapevolmente nel sonno, possibilmente nel nostro numero di letto. A volte capitava di sbagliare, e nessuno se ne accorgeva fino alla mattina, quando tutto era già successo, gli infermieri si erano magicamente trasformati dai secondini della notte in una nuova cricca di carcerieri, nessuno sapeva chi dei due aveva sbagliato e la punizione delle sigarette scattava, per entrambi, per cui ti potevi solo augurare che nessuno durante la notte invadesse i tuoi sogni. Andava così, a volte i sogni si confondevano. Però nessuno dopo si sarebbe mai detto disgustato, o scandalizzato, per noi era abbastanza normale abbracciarci, posare la testa sulle spalle di qualcuno, anche lo psicopatico killer o la leggera depressa o la maniaca suicida (che era tornata troppe, troppe volte, ed ero diventata così coriacea che spesso mi chiedevo se qualche volta sarebbe stata la volta buona) quella solo un po’ confusa diventavano tuoi uguali, mentre guardavamo una televisione posta troppo in alto per poter cambiare canale, e il cui telecomando si eclissava nelle borse o nei cassetti o nelle scarpe di qualcuno troppo velocemente per potersene appropriare ed avere un qualche controllo sui canali, sapere che potevi in qualche modo ancora scegliere qualcosa. Io non potevo mangiare, e per una legge del contrappasso autoinflitta, desideravo perversamente vedere solo Benedetta che faceva il salto della padella. Nessuno andava in bagno di notte, perché le terapie notturne erano così forti che anche la vescica spesso rimaneva ibernata, e non era ancora arrivato l’orario del cambio del turno, per cui anche tutti gli infermieri dormivano, di là, chiusi a chiave per cui era in qualche modo vietato sentirsi male di notte, nello stanzino dei cassettoni pieni di medicinali, per lo più psicofarmaci, calmanti, ansiolitici, sedativi, antipsicotici, in un reparto di psichiatria di solito non è necessario un defibrillatore, di un siringhe, bende, sui materassi raffazzonati l’uno accanto all’altro che prendevano liberamente dalle barelle rimaste libere. Disinfestandole ogni sera da ogni sorta di batteri che noi emanavamo. L’ospedale non era sempre gremito di pazienti. C’erano anche molti buchi vuoti in cui poter impersonificare una nuova follia, inscenare il casino di due o tre pazienti messi assieme. Che pazienti erano poco perché evidentemente se c’erano erano stati portati lì a forza, senza il loro permesso, con la cartella clinica barrata di un inchiostro rosso violaceo che urlava incapace di intendere e di volere, coercizione e reclusione forzata, autorizzazione del sindaco di firenze. Il sindaco! E come si arrabbiavano, non era nemmeno uno psichiatra a giudicarli. Per quanto si sarebbero arrabbiati lo stesso, solo che se non altro il giorno dopo se ne sentivano di uscite carine sulla politica che manovrava Firenze. Poi se ne scordavano. ce ne scordavamo tutti, il motivo vero per cui eravano stati portati lì. Facevamo spesso solo in modo di ottenere rinvii a giudizio. Quel giorno mancava veramente poco al cambio del turno, e c’era quell’infermiera un po’ isterica, che ci allungava una tazzina di caffè buono della loro moka la mattina, non si poteva! che si svegliava prima per rubarne un goccio per bicchierino di plastica destinato alla loro banda in modo che nessuno se ne accorgesse ma che io potessi da sei goccioline risicate ricavare una mezza tazzina decente, era così annoiata, che sembrava portata lì con la forza anche lei, con quel cespo di capelli corvini riccioli che teneva sempre dentro una fascia, che si era svegliata millantando che aveva cominciato ad odorare qualcosa, e le era preso una specie attacco di panico che se fosse successo a uno di noi ci saremmo meritati la nostra morfina quotidiana, e che gioia quel momento, il panico era il più desiderabile dei nostri malesseri, così si era messa a urlare e a svegliare tutti, gridava di uscire tutti fuori (quanto tempo che aspettavamo quella frase!) perché sentiva davvero odore di bruciato. E io sentivo che non era il solito urlo strozzato e disperato di un paziente in crisi, ma era proprio lei che non mi stava preparando il caffè anzitempo perché io mi svegliavo quatta e silenziosa e strisciavo davanti alla porta chiusa a chiave a elemosinare la sua pietà, tanto non occorreva avere una dignità lì, ecco, la cosa migliore che ricordo della mia vita in ospedale è che lì non bisogna lottare tutto il santo giorno per guadagnarsi la dignità, non esiste un senso dell’onore esistono solo i codici dell’ospedale, le lagne sono ammesse perché sanno come zittirti, e allora tu ti lagni, e sai che vieni zittito finché non ricominci, tu chiedi anche quando sai che ti diranno di no, perché stai così in basso e hai così poco da fare tutto il giorno ed è anche quello che si aspettano da te, che ti umili da solo e ti piacciono tanto i sì che i no, perché quando ti dicono di no, puoi urlare, pestare i piedi, mandare a fanculo anche Dio, tutto avviene e scompare in pochi attimi e viene dimenticato, non è necessario avere un contegno, non è necessario fare bella figura, i dottori ti pretendono malato, e quel risveglio strano, dove niente veniva messo in salvo tranne che corpi, ammucchiati davanti alla porta blindata, di cui solo il capoinfermiere deteneva la tessera magnetica, si stava liquefacendo, e allora doveva davvero essere successo qualcosa di nuovo, e di brutto. L’istinto di ogni creatura vivente non è mai folle o controverso quando si tratta di salvarsi la vita, anche la maniaca suicida correva verso l’uscita. E dopo arrivò il fumo. E dopo ancora l’allarme. Siamo stati caricati tutti in diverse ambulanze, i nostri pigiami logori adesso erano anche neri e puzzavano di stagno bruciato, eravamo scalzi, hanno coperto alcuni corpi nudi con dei fogli di alluminio e sentivo tante voci dalle barelle caricate che lei aveva salvato tutti, che meno male che si era messa a urlare, che si era svegliata prima per accendere un’insolita moka alle 4 del mattino e che quell’odore che aveva sentito non era quello del gas del fornelletto, che se continuavamo a dormire saremmo morti tutti. Quella volta che per un po’ non morivamo tutti, è stata la nostra botta di vita, l’ argomento di conversazione più sobrio degli ultimi mesi, a cui tutti ci siamo attaccati, abbiamo intravisto uno scorcio di vicolo nascosto sul retro dell’edificio, sentito crepitare l’asfalto sotto i nostri piedi e sembrava sabbia, abbiamo attaccato sullo scotch dei nostri nuovi letti lo stralcio di giornale che il giorno successivo ci ritraeva coraggiosi e umani che ci aiutavamo l’un l’altro giù nelle scale accecati dal fumo, abbiamo veleggiato per un attimo sull’idea della libertà, ho pensato per un attimo a fuggire, ma no, e che ci facevo fuori, senza capelli, denutrita, sono rimasta, e tendevo la mano secca e prosciugata dalle iniezioni all’infermiera inarrestabile che saliva e scendeva le scale agonizzante riemergendo ogni volta con l’orrore di aver tralasciato qualcuno. La vita di sempre ci è stat ridata nelle stanze di un altro ospedale. Quel giorno che per poco non muoriamo, abbiamo avuto molte sigarette per tutti.

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17 commenti su “L’incendio
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  1. Pingback: VIOLENZA E’ ANCHE QUESTA- Elisabetta Pendola | CARTESENSIBILI

  2. Pingback: “In rete contro l’orrore OPG” | ludmillarte

  3. Ho avvertito lo stesso senso di ansia dell’opg che visitai tre anni fa. Quando me ne andai il mio pensiero fu “da qui la gente non esce, qui la gente ci muore”. Poi le notizie dei tg. Ho letto il tuo post tutto d’un fiato. Qui mi piace. Un saluto.

  4. Ha un bel po’ di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (il libro, intendo, non quella ciofeca del film). Sì, le atmosfere e gli stati d’animo si sente che non sono imparati dai libri.

  5. nodo in gola. a quanto dicono e a quanto pare non tutto il male vien per nuocere…. riguardo al senso dell’onore credo ormai sia qualità rara, molto più diffuso e schifosamente meno complicato giudicare gratuitamente senza sapere nulla o quasi

  6. Ma… A cosa era dovuto l’incendio? Mi domando come sia possibile che accada una cosa del genere in una struttura come quella. In occidente. Agli albori del nuovo millennio.
    Bello l’humor che fa capolino ogni tanto (“Anche la maniaca suicida correva verso l’uscita”!) Molto, molto bella la chiosa lapidaria. 🙂

  7. Un mio caro amico stette in una comunità… o forse no, era un ospedale.. o una clinica…
    insomma, era in una situazione, se non uguale alla tua, assimilabile: e io non ce la faccio a sentirlo raccontare 😥

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