A volte si fanno degli errori stupidi di valutazione. Lo hanno fatto i dottori quando hanno pensato di potermi rimandare tra i vivi. Poverini, mi fanno quasi pena. Che tenerezza. Avvicina la testa che ti dico un segreto. L’ho fatto io quando ho pensato di calarmi nella parte della sana di mente. Una. Povera. Pazza. Un concentrato di follia e frustrazione. Un’arma chimica insidiosa. Per una malata di superbia clinica fare passi da gigante, esporsi, flirtare, buttarsi, giocare con le proprie competenze, la sete di farsi accettare, guardare, ammirare, lodare, è minante, distruttivo, e invalidante, (e poi che te ne fai dei complimenti, scendi dal palco li raccogli e poi li accartocci e li butti via come una busta di patatine, che ti lasciano anche quel sapore salato in bocca che non basta mai, che non puoi più vivere senza, che fai passi la vita ad aprire pacchetti di patatine su un divano incosciente che è finito il film e siamo passati alle televendite?), sopravvalutarsi, buttare la monetina esprimere il desiderio e poi tac, il desiderio di essere guardata e tac, si avvera, ti guardano davvero tac, e allora sì che vedono il marcio, fare le genialate, follia pura, i tuoi limiti come grossi nodi arrivano tutti al pettine, e ti comprimono l’esofago, e ti soffocano, prendi due pasticchette di Tavor che farsene, ci gioco a salta la pulce! mi sono accorta che non penso più niente, non comunico più col mondo, si sono interrotte le trasmissioni, se non i termini di scrittura. Ho abbandonato anche l’ultimo stadio, quello di arraffalombrelloescappa dopo una giornata di lavoro in cui sei arrivata col sole, e esci che diluvia, e ci sono tanti ombrelli invitanti e colorati appena messi nel cilindro e non c’è veramente nessuno che ti guarda. Ma che ne sai. C’è qualcuno che ti guarda male da sotto un cappello da pirata, sta per sfoderare la sciabola e quel qualcuno sei tu. Cammini in fretta accelerando il passo sospettosa con un ombrello il mano che ti intralcia e appesantisce e rallenta, chiudi l’ombrello e corri corri corri ti prendi l’acqua lo stesso, e arrivi a casa fradicia, con un ombrello asciutto. Nemmeno tuo. Diciamo che ho proprio abbandonato l’idea di lavoro. A volte dopo pranzo mi stendo sul letto e avvicino la mia testa a quella di mia madre che si alza e si abbassa in un leggero singulto e penso, così vicina da poterle contare le piccole righe simmetriche, ma se mi avvicino un po’ di più, cominceremo a pensare le stesse cose, pensare con la stessa testa? O a quale delle due ci si sintonizza? Se lei potesse capire quanta paura ogni giorno. Quanta disperazione nel vedermi fallire in tutto quello che faccio. Mi piacciono le cornee vitree delle mie unghie che si spezzano, perché si sfogliano, e sotto ce n’è sempre un’altro strato. Così dovrei essere io. Crescere anche sotto, ne ho da collezionare, sono una feticista delle unghie tagliate, dei fallimenti incamerati, li tengo in scatole di latta dove ripongo i contratti strappati, tutti gli impegni, tutti i luoghi, tutti gli uomini, tutti gli pseudonimi da cui sono sempre scappata. Una. Povera. Pazza. Avvicinami la testa che per giustizia un po’ di questa follia dovrebbe essere distribuita equamente tra tutti e in modo trasversale. Comunque la colpa è anche tua, che quando ero piccina mi vestivi mentre dormivo per risparmiarmi la fatica, che tanto ero un talento, la più brava, ma senza calzoni non ci potevo andare, e te per me hai perso 100 paia di occhiali.
Dimmi tutto!