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10 modi di morire (n.7)

Stavo meglio prima. Da stasera prendo ferie. Ora fumo quanto mi pare. Dite a Dio che vi mando io. Avrebbe scritto un epitaffio dissacrante con voluttuoso virtuosismo sanche per lei, un giorno, che immaginava accordare violini d’antiquariato dalle nove del mattino alle sei puntuali della sera quando il canto sinusoidale che accompagnava la lettura dei vecchi titoli di giornali da cui traeva ispirazione si confondeva col vociferare di bambini refrattari all’intorpidimento malconcio dei genitori esausti di lavoro che si sgonfiavano sui divani e il frizzoso scoppiettare di lattine aperte, lo scrosciare di acque nelle docce che si schiantano sulle scapole irrigidite e qualche urla al di là del giardino, ma lei, nell’appartamento di fronte con la grazia che solo una donna mai intravista e nascosta dietro una porta può avere, prima che le venga vista impugnare una forchetta, o sputare il dentifricio nel lavandino, proprio a due passi dallo zerbino, con quanta delicatezza lei lo rimetteva a posto dritto allineato, e lui con un piccolo calcetto della punta del piede ogni volta che saliva a due a due i gradini e raggiungeva il piano lo spostava leggermente in diagonale, e si chiudeva dietro la porta malferma, trattenendo il fiato e restando in ascolto, sicuro che passati alcuni momenti di sospensione, quando fosse uscito lo avrebbe già ritrovato al suo posto, stirato agli angoli e rettangolare e quella fissura tanto ben incorniciata che vi si frapponeva sembrava invitarlo ad infilarci una lettera, e poi sentiva già il rumore del suo foglio accartocciato in fretta, cestinato come un brutto scherzo, e di nuovo sentiva che stava stringendo le chiavi e, posizionato il ponte in perfetta tensione tra le corde la sentiva che le teneva ferme a palmo aperto per non farle vibrare. Me le hanno suonate. Con amore. E invece una vena gli era scoppiata nel cervello e nessuna donna fu vista al suo funerale.

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