Perdònati

Perdonati di essere così grande e sei ancora animista come un neonato, che te la devi cavare e fare fronte alla materia ai conti alle revisioni alle soluzioni che le inventi tutte per non farlo, perdonati di aver chiesto per 33 natali che la mamma ti abbracciasse fino a quando volevi tu sempre di più e in un altro modo che era prepotente e supplicare, fino a che hai smesso di elemosinare e hai iniziato a rapinare, e averlo scritto su una letterina negli anni in moine e calligrafie con il nome di sbrodolina/gameboy/casadibarbie/nikeAir/iphone/due Iphone/mac/due, tre, quattro, mac, come una traduzione diretta, e poi averli trattati male, telefoni per non rispondere al telefono, telefoni per gettare nel panico, telefoni gettati in Arno, telefoni smembrati e lacrime rettili. Perdonati di aver chiesto scusa solo tu per prima perché la rabbia era tutta tua, ma anche la ragione -imperdonabile- lo era e non hai dato tempo, ai limiti degli altri, di decantare nella ragionevolezza, la coagulazione necessaria al rispetto si perdeva nel mio bisogno, e poi ero una bambina, non toccava a me educare, superba del diavolo perdonati di indossare ogni giorno un pigiama lurido che non si vergogna di niente come un mantello dell’invisibilità ma portato alla napoleonica, grottesco che costringe a districarsi di ogni dubbio, ce l’ha scritto in faccia che è matta, e me ne guardo bene che c’è dentro, ossa, ciocche di capelli, regole stracciate, smorfie autografate dal cilicio? tanto se apro le braccia è il gesto a richiamare la paura. Perdonati di non voler pensare, di avere rotto tutto, di aver usato linguaggi incomprensibili, di aver curato l’ortografia solo per evidenziare parolacce di accusa sul muro, di aver rivendicato fiducia dopo che l’avevi appena infranta, di aver fatto promesse e dato speranze sapendo che era un mettere alla prova, vediamo se mi ami abbastanza da tollerare che io domani non ci sono, che domani declinerò l’invito, che domani non chiamerò, che domani non ci sarò, che domani  è solo un altro traliccio lungo il muro di prese staccate e che lascerò tutto estinguere nella cafoneria e confermerò che ciò che mi sostenta e accoglie e canta per me l’ossitocina non ha espressione se non quella che gli imprimo, io, non lo voglio dividere con nessuno, nessuno può vederlo perché io sì che lo so, come mi abbraccia un po’ di più, senza doverglielo chiedere. Perdonati di essere così attaccata e morbosa alla tua sicurezza, da aver chiuso la corrente dal pannello generale, aver lasciato la nonna il gatto la tua voce trapassare a penzoloni e bruciacchiati, che non avevano bisogno del tuo scusa, della tua fuga, della fotografia da morta nella letterina di natale, per nutrirsi della tua luce e perdona dio, che se mi avesse conosciuta non avrebbe detto con tanta leggerezza che i peccati possono essere rimessi. Non come dice lui.

 

 

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Lettera uno

Ho delle ali posticce da riconsegnare al mittente, troppi giorni le ho tenute. Le ho usurate, a forza di non guardarle, di distogliermene, di sbarazzarmene tento mi scrollo, nervosa sembro dall’esterno una presa di mira dai tic, hanno abbassato una a una gli occhi, di vergogna a terra quello che era un vanto è una saracinesca va tutto male quando dispongo a vendere domande fuori dal tracciato domande la cui unica certezza è la risposta, che oggi è un giorno che vale irresistibile la pena non spendere.