Provava un eccitazione adrenalinica e in un certo senso calmante come una poppata allo zucchero succhiato via dal caprifoglio nel superare i propri limiti, anche nelle piccole cose, ad esempio quando doveva portare da sola fuori il cane, perché suo padre si era svegliato tardi, e sapeva di dover arrivare fino al ponticino che separava Firenze dalla campagna contrassegnato con un cartello sbarrato sul nome della sua città, allora se faceva un passo in meno la camminata perdeva d’importanza, anzi diventava l’ennesimo fallimento per cominciare male la giornata, se invece lo superava di soli due passi prima di tornare indietro, allora aveva vinto, cosa, non lo sapeva, ma aveva superato il limite, la sottile linea di demarcazione fra buon senso e ossessione, e lei era portata solo per andare fino in fondo, alle ossessioni, e più erano strane e futili, più acquistavano un senso che non riusciva a dare all’insieme della sua vita. Aveva superato d’un passo il ponticino ed era tornata a casa soddisfatta d’aver fatto un passo in più del dovuto, soddisfatta d’aver fatto una cosa per il babbo, superato se stessa e la sua pigrizia, poteva concedersi la colazione, e aveva fame di caffellate di soia, ben zuccherato, cereali alle nocciole, prima di affrontare il giorno della psicologa, incombente e pauroso come un’incudine che le pendeva sulla testa, solo se ci fosse andata e fosse stata onesta tutti quei soldi non sarebbero andati sprecati come sempre, fogli di carta al vento o rotoli di soldi gettati nel cesso come carta igienica, questo era il ricatto a cui doveva sottostare e il limite più importante che doveva sforzarsi di superare, e in quel caso ossessione e buon senso avrebbero coinciso.
