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Ora le stava corto sulla pancia anche il pigiama viola di Linus che le avevano regalato in ospedale, era appena tornata dalla pizzeria e sapeva fastidiosamente di cipolla, si guardò lo stomaco e vide il buchetto dalla quale l’avevano nutrita in passato dilatarsi sul gonfiore che l’intestino formava facendo sdrucciolare la pelle fuori dai pantaloni, si spogliò di nuovo e si cambiò pigiama, indecisa se buttare quello da bambina nella cesta del bucato o in quella della spazzatura, poi pensò che l’indomani avrebbe anche dovuto ricucire il grande bottone rosso del cappotto che aveva perso al ristorante vegetariano, nella fretta di spogliarsi per assaggiare il suo daal di lenticchie indiano caldo con verdure allo zenzero prima che il babbo finisse il suo couscous incandescente alla marocchina, pensò anche che la mattina successiva avrebbe fatto uno squillo al muratore poeta per verificare che non le avesse dato un numero fasullo, che, visto il personaggio, non era da escludere, sei tremenda, le aveva detto due secondi prima che lei scivolasse giù dall’autobus incerta se fosse la fermata giusta ma desiderosa di farsi vedere trafelata e impegnata e diritta verso una meta qualsiasi quando in realtà non stava andando a far nulla, quante cose doveva fare e quanto stress da contenere, buttò giù le sue pasticche serali, ansiosa di mettere fine a quella giornata sconveniente, in cui aveva dovuto affrontare una madre piagnucolosa, un padre depresso, forse un po’ egoista, certo molto bambino, una salto senza sbocco nel passato, il silenzio assoluto della sorella. Mise la tazza nel microonde e regolò a tre minuti, poi scartò la plastica dalla confezione di tisana antistress alla lavanda che si era comprata insieme a una teglia di dolce di castagne, si ricordò della graminacea viola cresciuta incolta e rigogliosa sul tumolo di terra in mezzo ai marmi freddi delle altre lapidi, quando dalla clinica le dettero il permesso speciale di andare a trovarla cimitero, e, chiedendole un po’ di conforto, un po’ dei suoi vienvia, unnènnnùlla, decise di bersi la Nonna Sela.

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7 commenti su “Il pigiama viola
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  1. Ele, magari fosse così, nella mia famiglia funziona tutto all’incontrario, o meglio, funziona un po’ così, i grandi stanno diventando vecchi e uno pecca di pessimismo l’altro di ottimismo, entrambi sono da ricovero hehehe, io mi trovo sempre tra due fuochi, che palle, grazie dell’abbraccio

  2. tesoro cara…
    il pigiamino tienilo…
    per quanto riguarda i tuoi… beh… non sei tu che devi fare il tutto per loro… ma viceversa…
    e’ la mamma che deve ascoltare i figli, è il papà che deve tirarsi su e non lasciar trapelare nessuna depressione… i genitori dovrebbero essere forti per sostenere i figli.
    Per la sorella… boh…
    Ti conosco ( per modo di dire ) da poco, anche se ho letto tutto il tuo blog…
    e, mi faccio mille domande leggendo i tuoi post… le mie domande restano domande e so so che ad averti vicina ti abbraccerei per poter cancellare ogni tuo pensiero…
    un bacione bella 🙂

  3. Un muratore poeta , personaggio originale ma non tanto frutto di fantasia! Un pigiama da bambina beh , meglio cambiarlo , cara Elisabetta , tanto più se scopre lo stomaco! Racconti sempre avvincenti , mia cara!

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