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I quartetti

La musica da camera la redimeva. Era andata ad ascoltare tre quartetti di Schubert in un teatro nel quale non aveva messo piede da quando era bambina, e le sembrò immensamente piccolo, diverso dai suoi ricordi, ma cristallizzato in un passato bellissimo di piume, abiti di scena, concerti barocchi, prove generali dietro le quinte, profumo di legno antico e di velluto rosso delle poltrone e del sipario. La musica sfocava con la sua potenza ogni inquietudine, relegandola a un mondo tubercolotico e romantico di acuti di violino e contrappassi di violoncello, venature di Viola e riccioli scuri di secondo violino, Schubert morto a trentatré anni lo vedeva simile a un giovane Leopardi nato un aborto della sanità fisica e con una proliferazione interna di germi e batteri uguale solo alla sua fecondità di lavoro, tra concerti, sonate, sinfonie, quartetti, e dalla postazione in cui erano seduti grazie all’invito che aveva ricevuto il babbo, praticamente sotto al palco, ascoltava rapita ma composta sulla sua poltroncina un canto che non era fuori da questo mondo come la musica di Bach, ma anzi nasceva direttamente da dentro di sé.

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