Puro 20 carati

Sentirsi inconcludenti e inutili oggi? Ci siamo. Non posso neanche dire che oggi non ho fatto nulla, classificandomi nel primato degli ultimi a correre verso un qualche daffare, visto che sono arrivata in anticipo, e in realtà ho già scritto bevuto il caffè e la camomilla e per me la giornata è finita, buonanotte. Il babbo mi chiama e io sono irritata perché sapendo che non sto facendo nulla mi frizza da morire che sia lui a farmelo presente con allusioni tacite e intercalari del respiro come se lo intuisse, potrei essere in australia e dirgli che sto montando un muro di cemento e dalla voce sente che sto guardando il soffitto e sentendo le fitte di vuoto che arrivano e quando comincia l’infiltrazione, agisco solo a rimediare perché quello ormai è collaudato come metodo di trattenersi, di tenersi, quando sono già zuppa, è quando permea poco che demolisce, è appena sotto la pelle che non riesco a toccare: nel sottosuolo è violento, ma più immediato ravanare, anche alla cieca, togli qualcosa, addormenta qualcosa, seppellisci qualcosa, estirpa tutto e ok, ricominci da un nucleo bambino ogni volta, hai bisogno di tutto, ma frigni per un niente, per ogni vita un po’ diversa ti educhi a scoprire nuove gioie -da controllare-, ma anche nuovi vuoti -a cui spalancarti-, trovando in questo l’unico equilibrio che per un po’ regge, regge me in piedi. E’ a riparare le crepe in superficie con l’oro appena si spaccano che non son buona, col Kintsugi dei maestri giapponesi, le prime falle nel cemento che separa il mio muro dallo sguardo dietro le finestre di quelle di mio padre, anche lui apre sfonda la porta non chiede permesso, quel che trova porta via, anche l’aria, anche il libro di istruzioni per restaurare le crepe con l’oro rispondere a infiltrazione concava con infiltrazione lavorata e forte, che era chiuso mentre guardavo il soffitto e aspettavo in silenzio, finito di scrivere, di cominciare a leggere come il mattino ha, per tutti, l’oro in bocca, e per me la conclusione del giorno.

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Lettera uno

Ho delle ali posticce da riconsegnare al mittente, troppi giorni le ho tenute. Le ho usurate, a forza di non guardarle, di distogliermene, di sbarazzarmene tento mi scrollo, nervosa sembro dall’esterno una presa di mira dai tic, hanno abbassato una a una gli occhi, di vergogna a terra quello che era un vanto è una saracinesca va tutto male quando dispongo a vendere domande fuori dal tracciato domande la cui unica certezza è la risposta, che oggi è un giorno che vale irresistibile la pena non spendere.