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10 modi di sopravvivere (n.1)

La mia gamba sinistra sarà sempre più corta, nonostante abbia superato dieci fusi orari. Sbarcata in questo paese la risata che concedevo al finestrino ora precede la frenesia isterica di catapultarmi da un quartiere all’altro nell’arco di una giornata con la cartina alla rovescia che non mi si chiude incastrandosi nelle pieghe giuste, di osservare le bandiere e i lenzuoli che penzolano di fronte alle finestre con le persiane scolorite, dalle travi ammaccate, bucate e corrose dalle tarme. Sono sola in un paese dove ci si parla dalle terrazze. Ho trattenuto le lacrime fino a qui perché non volevo più bagnare un grammo di suolo della mia terra. Riso e pianto in questa città non sono esperienze separate da intervalli di pace, prorompono insieme ed è come camminare con una spada tra le gambe. Sto gelando e la mia testa precipita attraverso un velo sottile di fumo e l’odore di unto che si appiccica alle narici che esce da una friggitoria di Churros. Camminare su e già per la Rambla sorpassando negozi di magliette che starebbero bene a mia figlia e souvenir di opere incompiute con passo spiritato riconducibile all’essere aggrappata maldestramente alla borsa come se fosse una stampella che contiene diamanti nel manico, ma è fatta di tela e contiene scontrini di truffe belle e buone, le accolgo tutte come un caloroso benvenuto e non scordarmi mai di esser straniera, posso buttare via la cartina, ora, sono inebetita dal filtro schiumoso della nebbia invernale di questa città bombata, rotonda e recrudescente, un circolo chiuso, il respiro degli uomini che corrono con la testa voltata verso di me somiglia al vapore di una lavanderia. Ho molto tempo libero e non ho bisogno di cenare seduta, o dovrei stravaccarmi a terra come quello, con una gamba storpiata dall’alcol che ha ostruito le vene, con la chitarra che giace con le corde spezzate dall’usura come lunghi capelli spettinati, siede davanti a un quaderno di ritratti, tutta gente che guarda i piccioni, una birra in un boccale sozzo, mi vergogno con in mano il mio panino arabo, mastico e mastico fino a quando tutto si deteriora, salutate il Cristo moderno che è stato crocifisso dai suoi stessi nervi, per tutti i nostri peccati nevrotici! Ho pensato di ridurmi nuda, in mezzo alla piazza, accuratamente sbucciata come un frutto, mi viene incontro un ambulante e mi tappezza di pezzi tronchi di cartone a cui sono appesi tutti i bracciali che vende, faccio finta di essermi persa, di essere, scusate! incline a questo tipo di comportamenti, di avere avuto un attacco di stupido ardore infantile, giuro che non volevo esibirmi, volevo solo sentire i piedi sulla pietra, essere in costruzione anch’io, non lasciarmi portare via dal vento che scheggia e smussa le linee dell’orizzonte ma non porta mai via la polvere. Prometto che tornerò all’albergo, che mi darò una rinfrescata al viso, che mi prenderò un po’ di tempo per riposare, per riassettare la mente, tremando e barcollando, volevo solo essere accarezzata, guarire, cercavo di portare il pianto se ne sarebbe sorta su una chiesa, mescolare la sofferenza in un calderone di parole nella mia lingua e nella vostra. Il sentiero bianco che porta al mio hotel è bordeggiato di cactus dalle lunghe dita pelose, saldi nel vento, senza età se non quella che mi osserva con saggezza tetra da quando sono arrivata, attraverso la portafinestra si sentono l’organetto e il venditore di mele che non riesce a trovare il campanello. Non sono certa né di fatti né di luoghi, significati emergono da vicoli malsani e da volti cupi, tento di ricostruire il modello di qualcosa di perduto per sempre e che non posso dimenticare, che mi porterò ovunque. Colgo gli odori del passato in ogni angolo di strada al calare del buio la nebbia stranamente si affievolisce, invece di inspessirsi, e sono consapevole degli uomini che nasceranno domani. Ritorno nel fulcro del borgo vecchio, stamattina e l’uomo non ha cambiato posizione sembra aver dormito sulla sedia impagliata, guardando la mia gamba sinistra noto che se ci abbracciassimo potremmo camminare dritti, le sue dita rosse, che tenevano strette il boccale ieri, ora tormentano e torcono le corde, mentre canta con la sua voce bassa, canta e ride: amo mio fratello.
Il mondo è troppo piccolo.

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20 commenti su “10 modi di sopravvivere (n.1)
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  1. Beh…?!? Dov’è l’ultimo racconto …il n. 10 (i modi di morire)??
    Ho forse perso i conti?
    Non mi sono ritrovata in questo racconto inghiottito da un paese straniero dove lei è straniera dove ho capito poco fra le nebbie ed i casini, il pane straniero le bevande e la gente che non la vede che non vede che lei ha bisogno di calore e di amore e di carezze…
    O forse è questo il senso o non senso di tutto questo narrare…un modo per sopravvivere ad un mondo piccolo o immenso (indifferente) quando vuole.

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