In continuo allenamento

Non li sopporto quelli col naso fine, non intendo -solo- quei nasini ostentatamente fini perfetti e piccini da rasentare il lezioso e quelli non è che non li sopporto quelli li odio proprio sfacciati e graziati dalla natura che ha dispansato a caso -e separatamente- manciate di bellezza e coscienza. No, intendo quei nasi fini che odorano sospetto per tutto, che sentono sottintendono accusano puzza di bruciato dappertutto, che premoniscono e intravedono il marcio tanto nelle confezioni da un kg si mele (e l’ortolano l’aveva ben nascosta in fondo) quanto negli occhi titubanti delle persone. E mi puzza lì e mi puzza là, e qui non ci vedo chiaro, e qui c’è qualcosa sotto, ma che è sto puzzo lo senti te sto puzzo cosa c’è qui che puzza da far schifo e ti cominciano a aprire i cassetti, i sacchi della spazzatura di casa tua che se prima non c’era la puzza ora la senti anche te, e ti sembra contamini e incomba e avvolga la terra come una opprimente stratosfera da bollino rosso. E mi faccio scarafaggio e mi vergogno. Si incrina l’asse che mi tiene insieme e che fa sembrare il suolo pedonabile, adatto ai miei piedi anche un suolo franoso e pendente e instabile appoggiato su una torre di gessetti, dio per me, fino a ora, funzionava, reggeva! Cosa mi vieni addosso col tutto il tuo peso vitale -non importa neanche ti pesi:  si riassume in una persona di troppo nella capienza dell’ascensore- sull’autobus mi pesti tutteccinque le dita e ti aggrappi pure alla maglietta mia per sostenerti e poi dopo aver buttato un occhio alla destinazione del tuo gravare ti metti veloce una mano sulla borsa e ti carpisco un leggero sussulto di allerta del cuore. Non li sopporto quelli che entrano dal pesciaiolo e sentono puzza di pesce. Non ci entrare. Quelli che sentono una tale gamma e varietà di odori e brutte storie molesti dappertutto che possono solo esserselo affinati annusando se stessi, sistematicamente, da una o più vite. Sono gli stessi che la volta che ti esce un filo di voce una frase qualunque, un lamento piatto monotono senza acuti senza nemmeno tante scenate, un qualcosa ti sembrava importante soffermarsi, senza 3D, si chiedono e si stringono nelle spalle insofferenti e scattosi nella circospezione, impazienti di passare a altro, e che problema c’è, e dove sta il problema, e non vedo il problema, e io non capisco che problemi ti fai. E il problema sono loro.

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